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Culturale 
di Daniela Saitta  
29/03/2015, 14:14

Mariano Campo, libro, akkuaria, 2015, attesa



Confessioni-intorno-a-Mariano-Campo


 L’esordio in narrativa del Responsabile Ufficio stampa dell’Università di Catania raccontato attraverso gli occhi di una lettrice. “Con l’inchiostro dei vostri occhi” è il racconto di un’attesa.



Sai, lettore, questo libro mi ha lasciato una sensazione di angoscia terribile. Mi sento totalmente priva di energie, vorrei uscire per schiarirmi la mente ma non saprei dove andare, forse potrei dormire per far trascorrere questa noiosa domenica ma non mi va, non so spiegarti perché succede ma alcuni libri mi fanno questo strano effetto. Forse pure a te. 

Eppure avrei dovuto immaginare che quel Mariano Campo, intravisto poche volte durante il mio lavoro all’Università, mi avrebbe turbato come ogni volta che ho incrociato il suo sguardo lontano, perso in chissà quale pensiero, fuoco, nebbia, o avventura. Mi pare quasi che nei racconti di "Con l’inchiostro dei vostri occhi" (Edizioni Akkuaria, 2015) sia descritta esattamente la direzione di quello sguardo, teso verso il mare sperando di vedere una balena, o sotto il mare auspicando che l’ostrica dischiuda la sua perla, o verso un orizzonte settembrino attendendo la fine dell’estate e il ritorno alla realtà.  Ma poi capisco che è la narrazione di un’attesa a darmi quel senso di strana inquietudine. L’attesa di qualcosa che non c’è ancora e che forse mai ci sarà, ma non è questo il punto. Mi chiedo se sia l’attesa che ci fa vivere sempre protesi verso altri mondi, eventualità, possibilità, a non farci vivere davvero.

 Ti sembrerà banale, caro lettore, eppure è talmente semplice che nessuno ci fa più caso. Come la protagonista di "Ali" che, durante i lunghi minuti in attesa del decollo, immagina di trovarsi coinvolta in disastri aerei sull’immenso mare africano, o di atterrare in città esotiche da scoprire, di conoscere brillanti diversivi, e di avere ali leggere per guardare il mondo da un’altra prospettiva, ma "chissà però se i pensieri sarebbero davvero riusciti a rimanere lontani dalla sua stanza, dalle foto sulle pareti, dalle ultime lacrime" (p. 33). Chissà se riuscirà a tornare pienamente a vivere come immagina o se continuerà a sognare una vita da ventimila leghe sotto i mari, come in "Caccia alle balene", dove la realtà di una turistica escursione in barca sul Mar Mediterraneo si trasforma in un’avventura d’altri tempi e oceani nella mente del giovane protagonista, in un contrasto stilisticamente e graficamente azzeccato, dove il mondo a colori di lui è "ritratto a matita, accennando appena le sfumature di grafite" (p. 23) agli occhi di lei. O come Wayne, il pescatore di perle che trascorre tutta la vita in attesa di assistere alla splendida metamorfosi del granello di sabbia che diventa perla regina non accorgendosi che ciò che avrebbe visto su quel guscio lucente, altro non sarebbe stato che il riflesso di se stesso.  

Eppure altrove, Campo sembra dirci che è proprio nell’attesa che viviamo davvero, che amiamo, che comprendiamo la fine, la morte, l’inizio di una nuova vita. "Sono innamorato? - Sì, poiché sto aspettando": inizia con una lunga citazione dei Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, il mirabile racconto "L’attesa" (p. 59), dove il senso della vita del protagonista acquista ancora più significato se l’amata tarda ad arrivare, anche se anni di attesa si tradurranno - forse - in un incontro di dieci minuti. E non dirmi, lettore, che qualcosa non quadra, perché "a furia di far quadrare, ti accorgi che il mondo è rotondo, triangolare, cilindrico, ottagonale o, addirittura, un allegro e disinvolto dodecagono irregolare, che se ne fotte degli apotemi, dei diametri, dei segmenti circolari" (p. 62). Se ne frega delle regole la vita, ed è per questo che, per quanto tu attenda la morte, essa arrivi sempre all’improvviso, e tu resti ad attendere ancora un ritorno; ed è per questo che l’emozione di un’ecografia si comprende in nove lunghi mesi; e che il genio impiega più di  trenta minuti di "eternità di corteggiamento, di sospiri, di lettere, di suppliche" (p. 38) per immortalare i "brevi, incontrollati, brevissimi istanti di folle piacere" (p. 39) della settima sinfonia.

Ecco, lettore, era questo che volevo dirti quando ho chiuso l’ultima pagina del libro. Strano, non sento più alcuna angoscia.


     


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