Il Blog che vale
La pagina delle informazioni e delle idee che hanno valore
Cloud Computing1
Culturale 
di Daniela Saitta  
07/05/2015, 17:21

EXPO, colori, tradizione, Milano, 2015, bio,



Milano,-EXPO-2015---Come-una-donna-che-ti-piace-al-primo-appuntamento-


 Daniela Saitta ci racconta una giornata ad Expo 2015. Colori, idee, suoni, profumi e parole che scopri per la prima volta in un solo contesto. La Sicilia una delusione.



Certo che sull’Expo 2015 si è detto e fatto di tutto in questi ultimi giorni, dalle mancanze dello Stato a quelle dei lavoratori, dalle violenze dei manifestanti a quelle della polizia, dalle inadeguatezze dello stand siciliano fino al suo annunciato ritiro da Expo. Talmente tante polemiche da oscurare il significato e il valore di questa esposizione universale: raccogliere il mondo (o buona parte di esso) in un unico luogo per raccontare il rapporto dell’uomo col cibo. 

E dobbiamo dire che non è da poco, nel mondo globalizzato in cui viviamo, rendersi conto che esistono ancora diversi modi di vivere tale rapporto e tutte le sue implicazioni nel sistema agroalimentare ed energetico, nel bene o nel male. 

Noi de Il Blog che Vale siamo arrivate a Milano proprio nel giorno dell’apertura della manifestazione e ci siamo immerse nella realtà di Expo 2015 all’indomani dell’inaugurazione, nella convinzione di poter godere dell’entusiasmo iniziale. Per questo oggi vogliamo raccontarvi parte di quello che potrete vedere, ascoltare, odorare, gustare e toccare in un milione di metri quadri di area espositiva tra edifici, giardini, viali e rivoli d’acqua. 
Siamo entrate ad EXPO 2015 alle 10.30 di sabato mattina, poco dopo l’apertura e questo è il nostro racconto della giornata. 

Dopo un centinaio di metri dalla metro (a proposito, indossate esclusivamente scarpe comodissime se andate anche voi) arriviamo ai controlli. Una lunghissima serie di banchi, pedane e body scanner - come fossimo in aeroporto - riusciva a smaltire in fretta la fila di gente che elettrizzata si imbarcava verso l’area espositiva, trovandosi poco dopo al principio di tutto: un’ampia strada, intitolata simbolicamente Decumano come la via che nell’antica Roma collegava l’est e l’ovest delle città, lunga più di un chilometro e mezzo, attraversata da una trentina di viali e sormontata da una struttura imponente e leggera di pannelli chiari. 

Il panorama è adrenalinico, e dunque ci infiliamo subito nel primo padiglione sotto tiro, quello del Regno del Bahrein, convinte di poter ricevere in dono qualche litro di petrolio (!). Ma la delusione arriva subito: un piccolo labirinto bianco con qualche piantina tipica è tutto ciò che troviamo al suo interno. 

Non ci scoraggiamo e veniamo attratte da un gigantesco templio di foglie d’oro e legno intarsiato a mano, tutto da sfiorare con le dita lungo le incanalature infinite, ma restiamo sorprese dal notare che è vuoto e ancora incompleto. Solo dopo aver letto "Nepal" sull’insegna, capiamo il perché dello strano silenzio di tutti i visitatori, e non possiamo che unirci a loro per qualche lungo minuto. 

Dopo esserci rinfrescate con una ghiacciata bionda alla spina servita ai bordi di una piscina in Repubblica Ceca, il primo padiglione che davvero ci colpisce è l’Angola, stato africano che ha saputo interpretare con originalità e colore il tema del cibo come cultura e educazione alla biodiversità e alla sostenibilità. Grandi video-schermi che proiettano la preparazione di gustose ricette, una grande sacca di materiale biodegradabile ripiena di aromi di cui inebriarsi, un altissimo baobab tecnologico raffigurante decine di volti femminili a simbolo della centralità della donna nella cultura alimentare angolese, e un grazioso ragazzo dall’accento portoghese che ci invitava a mangiare sano, ci hanno convinto a pranzare presso il loro ristorante. Un menù ridotto ma invitante, servito da una cucina con chef angolese e staff catanese, ci ha regalato un delizioso pollo muamba che avremmo rimangiato volentieri. 

Ore 14.30 - Ci rendiamo conto che dopo quattro ore abbiamo visitato meno di un quarto di Expo, per cui iniziamo a correre per cercare di vedere il più possibile. Facciamo una capatina in Brasile, dove restiamo affascinate dal meraviglioso giardino sovrastato da un’enorme tenda su cui bambini e adulti - noi compresi - si divertivano a saltare e far capriole. Un’esposizione di borse realizzate a mano da donne altissime e strafighe con materiali naturali tutti da toccare completava il tutto. 

Arrabbiate per non poterci permettere uno di quegli oggetti del desiderio femminile da 500 €, ci consoliamo nei Cluster del Cioccolato e del Caffè, distretti collettivi a tema in cui i Paesi che non sono riusciti a realizzare un padiglione con le proprie forze, sono stati ospitati dall’Italia, ognuno con un proprio spazio - questo, come abbiamo avuto il piacere di sapere dopo, rappresenta una prima assoluta nella storia degli Expo. E se è vero che ancora molti di questi Paesi non erano presenti, ciò non può sminuire il messaggio di solidarietà lanciato dall’idea. E poi è grazie ai Cluster che abbiamo scoperto come si prepara il caffè etiopico, che è ancora più buono se portato a ebollizione sul carbone e servito secondo uso e tradizioni del luogo da una ragazza in abiti tribali. 

Continuiamo verso la Polonia, il paese più "generoso" tra quelli visitati. Tutto rivestito di cassette di legno come quelle per la frutta, il padiglione ha un labirinto al suo interno che, tra piante e specchi, ci conduce verso un grande spazio dove in bella mostra sono esposte delle mele succosissime che il visitatore può liberamente prendere e mangiare, accompagnato dallo sguardo di un mega-faccione virtuale che, da uno schermo dotato di sensori, ti osserva, risponde al tuo saluto e ti chiede persino se ti piace la mela. All’esterno, un piccolo furgoncino alimentare distribuisce piatti di ravioli e carne con crauti, tutti rigorosamente polacchi e rigorosamente gratis. Non potevamo non assaggiarli: squisiti! 

Il più mediatico? Israele. All’interno di un padiglione ipertecnologico, la bellissima Moran Atias (conosciuta dal pubblico italiano come co-conduttrice di vari programmi televisivi), a grandezza naturale dentro un video interattivo, accoglie i visitatori presentando le buone invenzioni della sua terra - una per tutti, il pomodorino! Pachino non ti risentire - la determinazione della sua gente che riesce a far fruttare pure il terreno più arido, l’apertura dei suoi scienziati che condividono le scoperte col mondo. Quant’è bravo e quant’è bello, Israele! 

Ore 18.00 - arriviamo in Italia che, posta al centro del Decumano e tagliata dal Cardo, sempre per ricordare ciò da cui veniamo, ha a disposizione 4 grandi padiglioni ospitanti tutte le regioni. E qui ci saremmo aspettate di più. Palazzo Italia è un grande edificio di cemento bianco, che solo dopo scopriamo avere proprietà fotocatalitiche, in poche parole "mangia" lo smog e lo trasforma in sostanze non dannose grazie alla luce del sole. Al suo interno, in un bel gioco di specchi e videoschermi ad alta risoluzione, ci incamminiamo in un percorso di immagini provenienti dall’arte, architettura e natura di tutta la penisola, per poi ritrovarci di fronte a un plastico dell’Europa in cui - avvertiti da una sirena e una voce che ci invita a riflettere su "Che mondo sarebbe senza l’Italia"? - l’Italia effettivamente manca. Noi qualche risposta abbiamo provato a darla... Voi?

Che dire poi della Sicilia... una delusione. Null’altro che uno stand bianco con due teche che esalavano odori di zagara e melograno. 

La Svizzera, poi, si presenta ai nostri occhi con quattro torri di vetro piene dei maggiori generi alimentari di esportazione del piccolo stato, e tra questi non vi è il cioccolato, mi dispiace. Sale, caffè, acqua e mele sono a disposizione del visitatore in quantità calcolate a bastare per l’intera durata dell’Expo, in maniera tale che ad ogni prelievo il livello delle piattaforme dentro le torri si abbassi e lasci misurare dall’esterno il comportamento più o meno consumistico di gente proveniente da tutto il mondo. Un originale esperimento sociale e dal forte valore simbolico quello della Svizzera, che ha saputo interpretare forse più di ogni altro il significato dell’alimentazione sostenibile. Chissà se saremo capaci di prendere senza arraffare e lasciare agli altri la possibilità di avere la loro parte? 

Ore 21.00 - siamo stanchissime e ancora molti Stati ci restano da vedere. Ho appena il tempo di farmi disegnare un sensuale tatuaggio all’henné sulla mano da una donna dello sfarzosissimo Qatar, e ci rendiamo conto che stanno per chiudere quasi tutti i padiglioni con ristoranti annessi. Eh già, perché anche se il biglietto d’ingresso all’Expo è valido dalle 10.00 alle 23.00, in realtà le ultime due ore le trascorri a girovagare senza meta. 

E così affamate e stanche, ma soddisfatte, ci dirigiamo verso la stazione della metro, cariche di visioni, suoni, odori, sapori, esperienze tattili su cui riflettere. 
E su cui ritornare, perché nonostante i molti punti ancora irrisolti, io credo che valga la pena completare un’esperienza che è rimasta a metà nella mia mente e nel cuore. 
Un po’ come quando conosci una persona che ti piace sul serio... Ti fermeresti mai al primo appuntamento?





1
Create a website